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-Prolungamento vita lavorativa (1): problemi pensione

-Prolungamento vita lavorativa (1): problemi pensione

 

Gli italiani e la pensione

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Indagine dell’Ires su cosa pensano i dipendenti e i nuovi pensionati sull’allungamento dell’età lavorativa. L'incertezza sulle norme, la formazione continua, l’invecchiamento attivo e i modelli dei paesi del Nord Europa. Intervista all’autrice dell’indagine Maria Luisa Mirabile, responsabile Ires area Welfare e diritti cittadinanza

Da tempo al centro dei dibattiti politici e sociali, le riforme relative all'allungamento della vita attiva e dell'età pensionabile non sembrano porre attenzione agli aspetti relativi all'organizzazione della società e delle aziende, privilegiando soprattuto gli aspetti economici del problema. Strumenti come la formazione continua, le alternanze studio-lavoro o l’uso del part-time sono solo alcuni degli strumenti utili al perseguimento dell'invecchiamento attivo della popolazione, obiettivo indicato dall'Unione europea. Abbiamo intervistato Maria Luisa Mirabile, responsabile Ires area Welfare e diritti cittadinanza, e autrice insieme a Francesca Carrera dell'indagine Lavoro e pensione, diagnosi di un rapporto critico.

Come è stata realizzata la ricerca?
La ricerca si compone di tre indagini distinte e separate che hanno un filo conduttore. Abbiamo preso in considerazione tre fasce d’età con status differenziati rispetto al lavoro e alla pensione. Non potendo fare un’indagine di tipo longitudinale, ovvero non potendo studiare come si comporta la stessa persona nel tempo, abbiamo cercato attraverso questi focus di capire quali fossero i diversi atteggiamenti rispetto al pensionamento. Abbiamo individuato quindi tre gruppi: i lavoratori attivi con un’età compresa tra 45 e 65 anni; i lavoratori quasi pensionati e i pensionati che sono attivi nel mondo del lavoro retribuito.

Quali sono stati i risultati principali?
Le persone ancora in piena attività non hanno nessuna simpatia per l’ipotesi di prolungamento della vita attiva, in sostanza non vedono l’ora di andare in pensione. Viceversa coloro che hanno ripreso a lavorare dopo il pensionamento quasi sempre lo hanno fatto in qualche modo avendo avuto l’opportunità di agganciare il lavoro successivo già durante la vita lavorativa attraverso contatti, relazioni, amicizie. A seconda della professione svolta c’è o meno una prosecuzione di quel tipo di mestieri o professioni: sono in genere le professioni più alte a rimanere più a lungo attive così come il titolo di studio più alto permette o invoglia a rimanere attivi più a lungo. Inoltre, le persone che hanno ripreso a lavorare dopo l’ingresso nel pensionamento quello che apprezzano del nuovo lavoro è soprattutto la maggiore autonomia.

Nel dettaglio cosa è emerso nei diversi gruppi?
Per la prima classe di lavoratori-lavoratori i due terzi degli intervistati ha le idee chiare su quando andrà in pensione e l’età media è definita a 60,8 anni, mentre i quasi pensionati prevedono di andare in pensione a 57,7 anni e i pensionati che sono attivi hanno detto di aver vissuto il passaggio con soddisfazione (70,8%) ma oltre la metà ha detto che l’età pensionabile fissata a 65 anni sia troppo in là con il tempo.

Qual è la cosa che spinge le persone ad andarsene prima che possono?
Da un lato c’è la stanchezza, dall’altro l’incertezza delle norme pensionistiche. A fronte di una legislazione mutevole, volatile, di un dibattito continuo, apertura e chiusura di finestre, le persone pensano “intanto mi salvo e poi si vede”.

Qual è la percentuale di pensionati che si dedicano al volontariato?
Non sono molti, i dati smitizzano il fatto che molti anziani si impegnino nel volontariato. Sia dati dell’Istat che della Fivol confermano anzi che andando avanti con l’età diminuiscono i volontari. E’ difficile dire se le ragioni sono da rintracciare nel fatto che la cultura del volontariato si stia diffondendo soprattutto ora nella società civile ed è ragionevole pensare che siano soprattutto i giovani a esserne coinvolti o nel fatto che andando avanti con l’età ci si stanca e si preferisce rimanere a casa.

Cosa l’ha stupita di più dei dati di questa indagine?
L’eccesso di avversione contro il prolungamento dell’età pensionabile. Devo dire che non mi aspettavo questo livello esiguo di diffusione di questa cultura, così come è poco diffusa una cultura delle alternanze studio-lavoro o dell’uso del part-time. Abbiamo ancora un’impostazione della vita lavorativa e non lavorativa, per chi è dipendente, fondata sulla ripartizione fordista.

In Italia esiste ancora questa netta separazione tra il periodo della vita dedicato al lavoro e il periodo di pensione?
Purtroppo la separazione è ancora troppo netta e le forme di pensionamento graduale sono poco conosciute. Siamo lontani dall’invecchiamento attivo, ovvero dall’invecchiare attivamente nella sfera del lavoro retribuito pro-market, e invecchiare attivamente nella sfera delle attività non remunerate con l’obiettivo di funzionare come risorsa per la società in entrambe le filiere.

Nei diversi programmi governativi si insiste sul prolungamento della vita attiva ma, viene da chiederse, se questa cultura sia in realtà presente nelle imprese?
Direi di no, mi sembra che manchi la cultura della formazione continua, delle alternanze, del rispetto delle competenze sedimentate nel tempo. Da una parte la gente viene invitata a rimanere, quasi colpevolizzata se se ne va, ma in realtà non viene aiutata a rimanere. Si può dire che c’è uno strabismo tra politiche del lavoro e politiche previdenziali.

Ci sono ricerche recenti sulla formazione che le aziende fanno per gli over-45?
Come Ires un paio di anni fa abbiamo fatto un’indagine per l’Unione europea e lo scenario che veniva fuori era preoccupante. Non abbiamo nemmeno un sistema di rilevazione adeguato a cogliere quanta formazione fanno le persone nelle diverse fasce d’età. Gran parte della formazione, secondo quella ricerca, andava alle fasce più giovanili e alle fasce professionali medio-alte. Si dicono cose da un punto di vista politico che poi non trovano riscontro nelle politiche aziendali.

Ci sono dei modelli positivi in alcuni paesi europei?
I migliori esempi possiamo trovarli nei paesi del Nord Europa, la Finlandia ad esempio. Un paese, per le politiche sociali e i tassi di disoccupazione, in realtà più mediterraneo che nord-europeo. Eppure hanno focalizzato questo problema con molta precisione e nell’arco degli ultimi dieci-dodici anni sono riusciti a modificare il tasso di partecipazione al lavoro degli over-50. Complessivamente i paesi del Nord-Europa hanno ristretto l’accesso ai requisiti medici per cui bisogna essere “più disabili” rispetto a 20 anni per avere diritto a pensioni e d’altra parte hanno sviluppato politiche di formazione continua, di modificazione dell’organizzazione del lavoro, di riqualificazione. Politiche quindi che si sono integrate anche nel modo di lavorare.

I correttivi per l’Italia quali possono essere?
Potrebbe essere certamente interessante - e in alcune aree del paese come l’Emilia Romagna viene già fatto informalmente - sviluppare il modello del trasferimento delle competenze professionali. Ad esempio ci sono aziende del settore tessile che non riescono più a trovare persone disponibili o con le competenze giuste per proseguire certi mestieri tradizionali. Sviluppare tentativi di trasferimento anziani-giovani. Questo potrebbe essere un filone di intervento così come tutto il tema dell’orario di lavoro potrebbe essere un argomento da affrontare cercando di riarticolare i tempi di lavoro sull’intero arco di vita.

Il libro:
Lavoro e pensione - Diagnosi di un rapporto critico, di Francesca Carrera e Maria Luisa Mirabile 

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